QUEL GIORNO FATIDICO

 

 

Il Presidente dell’Associazione Partigiani d’Italia di Fermo

Fabrizio Iommi

 

 

La rievocazione dei tragici fatti avvenuti nel Giugno 1944 a Caldarette d’Ete nel Comune di Fermo - che l’ANPI locale ha voluto che si compisse con lo spettacolo teatrale del 17 Giugno di quest’anno e poi con la pubblicazione del relativo testo in queste pagine -ha certamente un valore documentario modesto. Con questa iniziativa si fissa per la prima volta in forma scritta una tradizione orale abbastanza frammentata - che si sarebbe spenta di qui a poco per l’inevitabile trascorrere del tempo - sulla tragica morte di alcuni abitanti di questa zona rurale di Fermo, a seguito di un’azione di immediata rappresaglia tedesca durante il ripiegamento del fronte nazifascista verso Nord. Di certo un episodio secondario quello della morte di quattro civili: Giuseppe e Luigi Fortuna uccisi perché erroneamente ritenuti partigiani; uno, il piccolo Giovanni Protasi, gravemente ferito da un proiettile di cannone; il quarto, Serafino Santini, selvaggiamente messo a morte solo per la sua insistenza nel rivendicare i beni sottrattigli da alcuni militi tedeschi.

Quattro civili inermi ed innocenti che una sorte amara aveva fatto trovare sulla scia di un esercito in rotta.

E dunque, messi a fronte di tante eroiche azioni dei partigiani del Nord, o di ben più pesanti e premeditate rappresaglie compiute dalle forze armate germaniche in altri luoghi del paese, i lutti qui rievocati non costituiscono di sicuro uno spaccato essenziale o eclatante della guerra di liberazione nazionale dall’occupazione straniera. Ma non per questo la loro narrazione è priva di valore, un valore diverso da quello proprio della grande storia, ma non di minore spessore umano e morale. Si tratta di una narrazione fatta dall’interno della guerra, non dal di fuori di essa, perché non riferisce delle cause lontane, degli sviluppi strategici, delle opposte ragioni ideologiche di quella guerra o dei suoi singoli episodi, ma racconta il dolore inaccettabile, perché scaturito da lutti inutili, che la guerra, ogni guerra, produce per il semplice fatto di essere guerra, per il fatto che in ogni guerra la partita della morte e della perdita eccede sempre sulla partita della vita e dell’utile, ed è quindi sempre una soluzione a saldo negativo.

E così è perché anche il dolore per una sola morte per mano altrui è incommensurabile di fronte a qualsiasi ragione della guerra, qualunque sia lo scopo che ad essa si voglia assegnare.

I generali e non pochi uomini politici, quelli che preferiscono guardare la guerra dall’esterno - di solito essi non si trovano all’interno della guerra, ove invece capitano gli uomini comuni che la guerra nemmeno l’hanno mai avuta in mente - non piangono i morti che il loro avventurismo bellico produce; si limitano a contarli come risorse perdute, o come il prezzo per sedere al tavolo del vincitore, o nel migliore dei casi come danni collaterali.

Le parole dei testimoni amorevolmente raccolte e tradotte in narrazione scenica da Luana Trapè, e sapientemente recitate - nello spettacolo del 17 Giugno disponibile in DVD - dai bravi Stefano De Bernardin ed Elisa Ravanesi, sono narrazioni che, a differenza dei resoconti piatti delle cronache ufficiali o di quelli filologici degli storici, hanno attinto ad un’esperienza avvenuta all’interno della guerra e che proprio per ciò provocano quella commozione per la quale hanno un valore umano universalmente comprensibile e non altrimenti attingibile. Sono racconti che provano ad umanizzare la guerra, che però è possibile fare solo attraverso la rappresentazione del dolore, perché solo questo sentimento può albergare in un essere umano che conservi la sua umanità di fronte allo spettacolo di una qualsiasi guerra, un sentimento che sgorga dal suo animo anche davanti ad un solo innocente ucciso. Potrebbero essere le stesse angosciate narrazioni di un superstite afghano che ha visto la sua famiglia incolpevole sterminata da uno spezzone di una bomba proveniente dagli arsenali dell’Occidente; o di un padre iracheno il cui figlio è perito davanti ai lanciafiamme al fosforo usati nella città irachena di Falluja, anch’essi portati là, e là usati da un Occidente che ha smarrito l’esatta percezione della guerra.

Che questo lavoro dell’ANPI di Fermo possa contribuire a ravvivare un sano sentimento di ripulsa della guerra quale conviene ad una nazione che tutt’oggi ricorda ed onora quei suoi figli che dal 1943 al 1945 combatterono e morirono, non perché volevano la guerra, ma per porre fine ad una guerra sciaguratamente voluta ed ancor più disumanamente condotta ai suoi peggiori estremi.

 

Fermo luglio 2007

 

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Presentazione dell'autrice

Nota di Massimo Raffaeli