Pubblicato in HAT N. 62 2015

 

Luana Trapè

In viaggio verso il mito

 

 

Quando parliamo di mito si apre in noi il versante della meraviglia e della lontananza, ma non solo: come dicono  Freud e Jung, i miti ci mettono in comunicazione con il nostro Inconscio, individuale e collettivo; parlano ‘a’ noi e ‘di’ noi. Gli eroi  e gli dei greci sono rappresentazioni della nostra interiorità, anzi ‘sono’ i nostri sentimenti, pulsioni, istinti, sensazioni. Le figure degli eroi compaiono per la prima volta nella scrittura con i poemi omerici. Da esse ha origine la nostra letteratura e tuttora, insieme alla città di Troia, costituiscono un mito fondante del nostro immaginario, un mito che si è sviluppato rigoglioso attraverso i secoli, continuando a produrre fino ad oggi altre opere: poetiche, narrative, teatrali, figurative. Trent’anni fa, mettendoci in viaggio in traghetto incontro al mito, scegliemmo dunque l’approdo di Izmir, l’antica e favolosa Smirne (dove pare che Omero sia nato, ammesso che sia esistito veramente), la quale fu un centro ittita, come - secondo alcuni storici - l’intera Troade.

L’assedio di Troia non sarebbe che un episodio della guerra scatenata dai Micenei, o Achei, o Argivi (come li chiama talvolta Omero) contro gli Ittiti, per il dominio dell’Anatolia. Questi ultimi, un popolo indoeuropeo, si stanziarono all’inizio del II millennio a. C. nella penisola anatolica, stabilendo la capitale ad Hattusa, (circa 150 km dall’odierna Ankara, a 1000 metri di altezza) e assoggettarono poi l’intera Asia Minore. In breve tempo crearono un forte impero scontrandosi con gli Egizi e poi con i Babilonesi, che sconfissero nel 1530.

 

 

Quasi contemporaneamente gli Achei, un altro popolo indoeuropeo proveniente dal Caucaso, avevano conquistato la penisola ellenica. Nel 1450 si impadronirono dell’isola di Creta assimilandone la civiltà per formarne una nuova: quella micenea, così detta dalla loro capitale, nel Peloponneso. Nel secolo XIII iniziarono la penetrazione nell’Anatolia occidentale sconfiggendo l’Impero ittita; al 1250 si fa risalire la guerra di Troia, la cui posizione sull’Ellesponto (oggi Dardanelli) permetteva di commerciare con tutti i paesi che cingevano il Mar Nero. Nel 1150 i Micenei vennero sconfitti dai Dori (un popolo considerato rozzo e brutale, “barbaro”, insomma), che invasero la penisola ellenica.

Ecco dunque tracciato il nostro itinerario: in Turchia gli Ittiti, per cominciare veramente “dall’inizio”, poi Troia e infine, a ritroso, Micene in Grecia. Visitammo per prima Hattusa, la capitale ittita, entrando per la Porta dei Leoni dalle fauci ancora spalancate per respingere le potenze del male.

Qui nel 1906 la temerarietà di uno dei tanti personaggi eccentrici, che si incontrano spesso nella storia dell’archeologia,

aprì un varco nel buio del passato: il professore universitario Hugo Winckler effettuò infatti un clamoroso ritrovamento. Era un accademico topo di biblioteca, testardamente sicuro delle proprie opinioni - ancor più quando tutti le contestavano - e per dimostrare  che aveva ragione non esitò ad affrontare un viaggio in Turchia, tremendo quanto a disagi, per lui che non aveva mai messo piede fuori da Berlino. E ne fu ampiamente ricompensato perché trovò 34 tavolette in scrittura cuneiforme che nominavano in una lingua fino ad allora misteriosa gli Akhiawa, cioè gli Achei; uno dei loro re, Menelao, e poi Wilusa: Ilio, anche detta Taruisa, cioè Troia. Così decifrò finalmente la lingua degli Ittiti.

  

Soltanto agli inizi dell’800 qualche spericolato studioso aveva iniziato a cercare le tracce di questa popolazione, della quale si conosceva soltanto il nome: Charles Texier, ad esempio, nel 1839 aveva descritto le imponenti porte di accesso della capitale, “grande come Atene”.

Le rovine delle antiche città furono una vera sorpresa per me, un’esperienza straniante: si ergevano isolate come se fossero state dimenticate in quei luoghi deserti e totalmente silenziosi, ancora lontani dai consueti itinerari turistici. Si poteva quasi pensare di essere i primi a posarvi lo sguardo dopo secoli. Ma era proprio questo loro abbandono, questa apparente inutilità, che le rendeva testimoni della durata, diciamo pure dell’eternità, del tempo.

E la loro presenza, potente seppure così frammentata, acuiva e faceva saltare agli occhi quella grandezza assente di cui erano simbolo.

Nel Santuario di Yazilikaya (Rupi scritte) emergevano lentamente davanti ai nostri occhi sfilate cerimoniali composte da folle di figure. Sacerdoti e re, ciascuno con il suo nome in rilievo, soldati in marcia, 66 divinità incise in cortei lungo una stretta gola: a destra quelle femminili con il copricapo a torre e le braccia protese; a sinistra quelle maschili in figura di guerrieri, con spade falcate e l’elmo a punta tipico del dio della tempesta. E ancora oggi, incessantemente, i due cortei continuano a sfilare senza mai incontrarsi, incuranti che intorno a loro ci sia il silenzio o il vociante affollarsi degli spettatori.

A pochi chilometri, la Porta delle Sfingi di Alaca Huyuk con la sua imponenza rappresentava ancora degnamente il ricco principato di cui la città era stata centro.

Nelle sue tombe regali, scavate verso la metà del secolo scorso gli archeologi turchi Arik e Kosay trovarono un tesoro che - dissero - eclissava quello di Priamo a Troia. Erano oggetti in bronzo argentato: stendardi circolari in forma di grata con decorazioni fantastiche, animali, diademi e spille d’oro.

 

 

 

 

La certezza degli antichi studiosi che la guerra di Troia fosse un evento storico si era andata dissolvendo dal Medioevo in poi, cosicché l’Iliade e l’Odissea - le prime opere poetiche del mondo occidentale scritte da Omero verso la fine dell’VIII secolo a. C. - erano ritenute narrazioni di invenzione. Fino all’avventura di un altro testardo tedesco, Heinrich Schliemann:  un abilissimo uomo d’affari che aveva girato tutto il mondo e per pura passione diede inizio a un nuovo filone dell’archeologia, usando la sua immensa fortuna (accumulata anche grazie alla corsa dell’oro in California) per realizzare il sogno adolescenziale di scoprire Troia, tenendo l’Iliade come guida.

Nel suo Diario descrive con intensa efficacia il primo incontro con la città sognata: “Per due ore feci sfilare davanti ai miei occhi i fatti principali dell’ Iliade, finché l’oscurità e una gran fame mi costrinsero a scendere.” [1]

Mi sarebbe veramente piaciuto assistere allo spettacolo singolare del grande entusiasta che si chinava religiosamente sul fiume di Troia: “Ogni volta dovevo piegarmi sull’acqua appoggiandomi alle braccia, che affondavano nel fango fino ai gomiti. Ma provavo una grande gioia nel bere l’acqua dello Scamandro e pensavo che migliaia di persone affronterebbero volentieri difficoltà molto più gravi per poter vedere questo fiume divino e gustarne l’acqua”.

 

Non era stato facile convincere le autorità turche a concedergli il permesso di iniziare gli scavi nella collina di Hissarlik, la quale - ne era certo - nascondeva i resti della CITTà; ma finalmente ci riuscì nel 1871 dopo aver superato una serie di peripezie, non ultime le trattative con alcuni corrotti funzionari turchi che volevano addirittura essere pagati per controllarlo e pretendevano metà del tesoro che avrebbe trovato, per destinarlo naturalmente ai musei. Dovette cedere, ma qualche tempo dopo scoprì di persona che non soltanto i suoi oggetti non erano arrivati al Museo archeologico di Ankara, ma il Direttore non ne aveva mai sentito parlare.

Per fissare la posizione di Ilio percorreva a passi misurati la collina leggendo a gran voce i versi dell’Iliade e mentre si guardava intorno, ispirato come se vedesse Achille correre a gran galoppo intorno alle mura, non tralasciava di calcolare con precisione quale distanza avesse percorso l’eroe in questa o altre occasioni, per stabilire con esattezza la distanza tra città e gli accampamenti, e tra questi e il mare.

E fu partendo da queste riflessioni storiche, geografiche e letterarie - estatiche e logiche insieme - che scavando, spesso con le sue stesse mani, trovò addirittura dieci strati di abitazioni (di cui il sesto pare corrispondere cronologicamente alla città descritta da Omero). E alla terra strappò, stupefatto e felice, ceramiche e gioielli: un’enorme cassa colma di calici, splendidi diademi, piatti, anelli, collane, bottoni, braccialetti, orecchini, tutti d’oro, un tesoro di circa 9000 pezzi.

Probabilmente, durante il dilagare assordante e spaventoso degli Achei, la cassa era stata preparata da un membro della famiglia di Priamo, che però la dovette abbandonare, forse per fuggire più velocemente dall’incendio che divampava e la ricoprì di cenere rossa e di pietre del vicino palazzo reale.

 

Certo, le datazioni di Schliemann furono poi contestate e cambiate dagli archeologi, ma l’importante è che ci abbia riconsegnato con uno sguardo lungo dentro al passato, un’immagine “storica” di quelli che ritenevamo fossero soltanto miti.

Così, con animo reverente e grato a lui, mi aggiravo con il fiato sospeso tra i pochi ruderi della minuscola Troia, per scoprire (vedere le foto nei libri non è assolutamente la stessa cosa) con sbalordita incredulità che la città era esistita davvero ed era proprio lì, davanti ai miei occhi; era senz’altro molto più piccola di quanto immaginassi, ma il mito di Troia, a lungo coltivato nella mia mente, contribuiva a ricostruire ciò che non si vedeva più.

Racconta Omero nell’Iliade che il re Agamennone era partito da Micene per muovere contro Troia con i suoi eserciti insieme agli altri re micenei: da Sparta Menelao (suo fratello, e sposo di Elena rapita dal troiano Paride), e poi Achille dalla Tessaglia, Nestore da Pilo, Ulisse da Itaca, Aiace Telamonio da Salamina.

Nel 1874 Schliemann arrivò a Micene, seguendo gli scritti dello storico Pausania; gli scavi della città erano già iniziati, ma fu lui a riportarne alla luce le mura “ciclopiche”, e i ricchissimi corredi funebri delle tombe cosiddette “di Atreo” e “di Agamennone”.

Emersero sigilli incisi, oggetti di bronzo e di ceramica, gioielli e coppe d’oro; quando scoprì maschere d’oro sul volto degli uomini sepolti, con soddisfatto orgoglio annunciò al mondo intero di aver trovato “La maschera di Agamennone”.

Non lo interessavano soltanto i reperti più preziosi e sensazionali, ma ogni minimo frammento. Scrive infatti: “Poiché nelle rovine appartenenti alla notte buia dell’età pregreca ogni oggetto recante traccia di arte umana rappresenta per me una pagina di storia, devo soprattutto badare che niente mi sfugga.”

A Micene noi arrivammo di sera tardi, quando ormai l’ondata dei viaggiatori era rifluita, come in “un circo prima o dopo lo spettacolo”. E dunque la città poteva ritornare alla solitudine e al vuoto delle antiche rovine. Tutt’intorno non c’erano costruzioni, il paesaggio spoglio e selvaggio sembrava essere rimasto intatto, così come lo vedevano un tempo i Micenei. Dal silenzio totale emergevano netti il canto degli uccelli, i belati, il fruscio delle erbe secche smosse dalle zampe delle capre che si arrampicavano sulle rocce. Nel loro millenario distacco le mura diroccate continuavano a tornare ad essere rocce nel colore e nella forma, con le rocce si confondevano, fingevano di sparire. Così lo spettacolo dell’arte si combina con quello della natura: la contemplazione solitaria delle rovine è esperienza del tempo puro, si ritorna alla coscienza profonda della storia.

Ed ora, scorrendo le fotografie che ho riportato da quella avventura, insieme all’emozione di allora scopro qualcosa di nuovo: il passaggio dal formato della diapositiva a quello digitale - se non eccelle per l’impeccabilità tecnica - le riveste tuttavia di un’atmosfera inedita aggiungendo, ai 3 millenni e più dei soggetti ritratti, uno spessore temporale personale di tre decenni passati da allora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

[1] Heinrich Schliemann. La scoperta di Troia. Einaudi 1962

 

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