
Giovanni Ercoli, Salendo al lago di Pilato non ho incontrato nessuno,
dm cm 120
|
Luana Trapè Se tu parti
La nazionale che costeggia il mare è la via più usuale per arrivare. Torre di Palme (frazione di Fermo, 90 abitanti, edificata su uno sperone di tufo alto 120 metri) si nega alla vista di chi viene da Sud; affiorano appena le torri, dal groviglio della vegetazione. Sembra imprendibile, un avamposto di vedetta verso l’orizzonte, e così deve essere apparsa un tempo ai pirati che correvano l’Adriatico. A chi giunge da Nord offre invece un profilo tranquillo e seducente. Ma è bello anche prenderla da lontano, scendendo da Fermo per la strada del Crocifisso fino alla piana dell’Ete, per risalire poi verso Madonna Bruna. A un tratto pare di vedere la perfetta copia di un’angelica visione di Licini, il Paesaggio numero 2 del 1926: un casolare (il muro chiaro interrotto soltanto da due finestre minuscole, due alberi ai lati), come arenato su un poggio, vibrante nella sua solitudine, nella sua bellezza. Si gira due volte a sinistra scorrendo sul crinale di una collina in direzione del mare, che giù in fondo si esibisce volentieri assieme al cielo nel facile effetto azzurro-vetrata; ma sa essere anche cangiante, selvatico, ombroso, glaciale. Infine si mostra l’ovale sospeso di Torre di Palme. Si entra nelle chiese medioevali, si ammira il Polittico dorato di Vittore Crivelli in Sant’Agostino, in pochi passi si percorre il piccolo borgo fino alla terrazza orientale: in basso freme il movimento incessante sulla nazionale e l’autostrada parallele, scivolano i treni; al di là, il mare. Dalla terrazza meridionale lo sguardo sprofonda nel dirupo invaso dalla macchia: umida, tessuta di arbusti spinosi, di edera e agave, di acacie e noci, querce e lecci, olmi e allori, risale tutta la collina di fronte, il Cugnolo. Lì si trova la Grotta degli Amanti che fu teatro di una storia, cento anni fa.
Ho deciso di fuggire insieme al mio fidanzato, per terra o per mare non ha importanza. È scoppiata la guerra di Libia, e il Distretto militare di Ascoli Piceno lo ha richiamato dalla Germania, dove stava a lavorare. Ci scrivevamo ogni giorno, ci raccontavamo tutto; malgrado gli affanni vivevamo di speranze, ma adesso il futuro è sbarrato: chi ci assicura che un soldato possa salvarsi dalla morte? Ho incontrato la fidanzata di un caduto nel deserto. Era spenta, sfinita. Il suo uomo è stato ucciso, e non le hanno neanche riportato il corpo! Tra qualche mese potrei starci io nelle sue condizioni. No, io no, mai! Io non posso essere salva se non è salvo il mio amore. Stamattina me lo trovo a Lapedona all’improvviso, ha ricevuto un permesso. “Come sei pallida e sciupata!” mi dice. “È il tormento per la tua partenza a precipitarmi nella disperazione. Non ti accorgi che ogni nostro sogno è distrutto? Dobbiamo scappare via subito, non abbiamo altro scampo” affermo con decisione. Non vedo l’ora di cominciare a studiare un piano insieme a lui. Invece mi risponde: “E dove ci potremmo nascondere? Se mi scoprono, mi condanneranno al carcere a vita”. “Possiamo andare in America” dico io. “Ma non abbiamo i soldi, e poi al Distretto mi hanno già ritirato i documenti” ribatte lui. Per tutta la giornata cerca di tranquillizzarmi, ma appena esce prendo una decisione irrevocabile. Lo inseguo fino a Torre di Palme, lo fermo: “Non posso vivere più neanche un giorno senza vederti. Questa amara vita non vale più niente per me. Se tu parti, io mi ammazzo.” Mi convince a passeggiare un po’. Mi supplica, io ribatto sempre sullo stesso punto. A notte alta ci ritroviamo nel folto del bosco, mi guida a una grotta scavata nel tufo. Il sole sorge dal mare, ma la sua luce splende inutilmente, il tempo a disposizione per me è consumato. Lui è tutto chiuso in se stesso. “Che pensi?” gli chiedo. Sospira, ormai si è convinto che lo aspetta il plotone di esecuzione, come disertore. Rafforzata nel mio proposito, gli prendo la mano: “Per noi né fuga né nascondiglio esistono più. Solo la morte sarebbe una cosa dolce. Io per me ho deciso. Se tu vuoi, seguimi, altrimenti andrò da sola”. Allora giura che si ammazzerà con me. Mi abbraccia. Le nostre carezze si fanno sempre più appassionate ed io sono pronta a cercare nell’amore l’ultimo conforto, quando un pensiero mi ferma. La gente dirà che mi sono ammazzata per paura di essere rimasta incinta: quando invece è stata la guerra a spezzare la mia vita. “Il mio ultimo desiderio è di rimanere illibata” dico, e lui lo rispetta. Ci prendiamo per mano e camminiamo svelti verso la cascata di San Filippo che si getta giù per un alto strapiombo. Lui si toglie la cintura e lega il suo braccio sinistro al mio destro. Poi, unendo le mani libere come se fossimo una sola persona, ci bendiamo gli occhi con il mio scialle. Ci buttiamo in volo.
Pubblicato in: nostro lunedì. Semestrale ideato e coordinato da Francesco Scarabicchi, N. 10/ 2008, con un'immagine di Giovanni Ercoli |