DA BAMBINE

Se potessi scegliere il mio nome

 

 

 

    .... Negli anni precedenti si apriva una lunga distesa di mattine piacevoli ed eccitanti, qualsiasi evento anche minimo si presentava denso e compiuto: per esempio fare i castelli di sabbia con il fratello, stare al sole ad abbronzarsi guardando tra le dita l’acqua che via via si faceva più lucente finché era impossibile sopportarne la vista. Partecipare al corso di nuoto scoprendo che si riesce facilmente a mantenersi a galla: non si deve fare niente, basta mettersi lì e chiudere gli occhi. Invece per nuotare bisogna comandare al proprio corpo, mentre Silvia in genere cerca di scordarsi del tutto di averlo e considera con fastidio ogni accenno alla sua esistenza. Durante le lezioni teoriche aveva appreso che non sa respirare e invano si è sforzata di capire qual è il modo giusto. Così quando si buttava in acqua l'attenzione era talmente concentrata sulle istruzioni ricevute, che non c'era alcuna parte della mente ad ordinare ai piedi e alle braccia di muoversi, perciò ha rischiato molte volte di andare a fondo. In queste occasioni l'istruttore si è meravigliato moltissimo poiché Silvia non ha strillato, non si è spaventata come fanno tutti in questi casi, e ha affermato che non ha nessuna paura di morire, anzi le sembra più facile questo che imparare a nuotare  regolarmente.

Silvia è in grado di suonare al pianoforte parti diverse con le due mani, addirittura la mano destra può fare delle terzine mentre la sinistra delle quartine; invece le sembra un esercizio inattuabile quello di coordinare respiro, braccia e gambe, e un traguardo inaccessibile quello di inspirare quando la testa è sopra il pelo dell'acqua ed espirare quando è sotto. Se non gliel'avessero fatto notare non si sarebbe neanche accorta che la testa si gira automaticamente quando si fanno delle bracciate. In ogni modo con l'insegnante ha raggiunto l'accordo che può nuotare finché riesce  a trattenere il fiato; e siccome è in grado di trattenerlo a lungo, nuota per lo stesso tempo degli altri che respirano. Per fortuna al termine di queste terribili prove come giusta ricompensa si poteva correre al bar, per comperare la pizza e un bicchiere di spuma dal colore dell’ambra. Un altro vantaggio del corso di nuoto era che ci si doveva alzare presto per essere in spiaggia alle otto.

Invece quest’anno era stato tutto diverso. Silvia si svegliava massimo alle sei mentre gli altri continuavano a dormire e ogni giorno si alzavano ad un’ora diversa. Avesse almeno conosciuto in anticipo il programma della giornata, se si andava al mare o no, si sarebbe potuta organizzare . ..

"Non si può decidere la sera prima?"

"No, perché non si sa che tempo farà."

"Almeno, nel caso che si vada, non si potrebbe decidere a che ora?"

"No, perché non è giusto essere schiavi dell'orario anche d'estate."

Ci si chiede che cosa dovrebbe fare alle sei di mattina un essere umano la cui vita è totalmente nelle mani degli altri. Fare una passeggiata no, perché se una volta tanto si svegliano presto e non ti trovano, allora gli viene voglia di andare al mare immediatamente, ma non possono per colpa tua che ti sei allontanata senza avvertire. Lavarsi i capelli no, perché fai rumore; pulire la camera idem, sentire la radio peggio. Restare a letto a leggere è impossibile perché i libri di casa li ha letti tutti (anche quelli di mamma con due asterischi, che significa: NO) e la biblioteca della scuola è chiusa.

Le lenzuola sono zuppe di sudore, tutte le stanze sono arroventate perché la soffitta manda giù il caldo accumulato durante il giorno. Solo in tarda mattinata la casa si rinfresca un po’, appena un attimo prima che arrivi il sole ad installarsi sui finestroni privi di persiane. Nel pomeriggio neanche la terrazza volta verso est offre un rifugio ombroso perché il palazzone di fronte, che incombe appena al di là del cortile, riflette e proietta i raggi roventi da tutte le finestre. A nord, l’unico lato fresco, si è attaccati ad un’altra casa.

La radio informa che non c’era stato un Luglio così caldo per vent'anni e cioè dal 1941 quando c'era ancora la guerra; gli esperti intervistati elargiscono consigli per difendersi dall’eccessiva temperatura: non uscire e non esporsi al sole nelle ore più calde, bere parecchia acqua, mangiare tanta frutta e verdura. E viene pagata della gente per dire simili banalità!

 La sera si va a dormire molto tardi dopo essersi trascinati a piedi su per la salita fino ai giardini del Duomo, si fa tutta quella sudata per stare seduti solo qualche minuto sulla terrazza che guarda verso il mare, giù dove si svolge l’incredibile esistenza di tante ragazze che passeggiano senza genitori.

 In virtù di quanto detto, sarebbe stato certo ragionevole scappare via da casa la mattina presto per godersi l’aria nuova e il mare bianco di sole. Invece no, nella maggior parte dei casi si faceva colazione alle 9,30 e già questo decurtava in partenza la durata del bagno, poiché gli esperti affermano che ci vogliono due ore per la digestione. Perciò resta una miserabile mezz’oretta per il bagno, visto che si deve ripartire a mezzogiorno per pranzare immancabilmente all’una, almeno d’estate.

  Se ne vanno più o meno dieci minuti per caricare sulla Seicento bollente l’ombrellone a strisce arancio ed avana, la sdraia e il termos con il tè freddo, gli asciugamani, la borsa per i costumi di ricambio, i libri, le riviste, e dopo un quarto d’ora di viaggio, alle 12,30 circa, si è a casa. Silvia accende l’acqua per la pasta ed apparecchia mentre mamma si riposa cinque minuti tanto ha cucinato tutto il resto la sera prima, papà mette la macchina in garage in quanto non si può lasciarla sotto il sole cocente che rovinerebbe la vernice. È inoltre indispensabile scaricare ogni giorno tutto l’armamentario poiché la macchina potrebbe servire per uscire; poi non è detto che l’indomani si vada ancora alla spiaggia perché potrebbe fare tempo cattivo, oppure semplicemente si potrebbe non averne voglia.

Insomma, l’unico passatempo che Silvia aveva trovato per riempire la mattina era affacciarsi alla finestra per rimirare le foglie argentee dei pioppi che tremolavano nel fosso e di lontano la corona dei Sibillini che la foschia, già levatasi con l’alba, respingeva più lontano facendoli apparire favolosi. Qualche volta era venuta l'ispirazione per una poesia, ma poche erano quelle finite e quasi tutte orrende o insignificanti.

La maggior parte delle persone crede che per fare una poesia sia sufficiente parlare in modo lamentoso dei propri sentimenti, oppure descrivere un paesaggio con quella che si ritiene un’aria ispirata, ed è fatta. Non conoscendo le regole stilistiche, fanno dei versi liberi con la scusa che sono più moderni. Il loro prodotto in realtà è un discorso in prosa che va spesso a capo.

Poi Luglio finì e finalmente si giunse dai nonni. Però c’era qualcosa che non andava negli esseri inanimati e in quelli viventi, che invece si ostinavano ad apparire identici a prima. Silvia non riusciva a capire che cosa era successo: perché non provava nessun gusto a giocare con i gatti, correre per i campi,  tiranneggiare i bambini? Tutto sapeva di cenere in questa landa desolata. Come aveva fatto a divertirsi negli anni precedenti, stando lì in campagna a casa dei nonni per un mese intero?

Non aveva voglia di fare niente e una greve spossatezza la dominava, come se una lenta malattia avesse spento ogni sentimento. Avrebbe voluto desiderare qualcosa ma scoprì di essere completamente incapace di qualsiasi desiderio. 

Solo il giorno dopo l’arrivo c’era stato un motivo di interesse quando papà era arrivato con una notizia straordinaria: il vecchio segretario comunale gli aveva raccontato (ora lo poteva fare essendo andato in pensione) che agli inizi della sua carriera, nel lontano 1923, aveva trovato un fascicolo che riguardava il passaggio delle armate napoleoniche per quelle colline. Tra i soldati figurava un certo Drapier che sicuramente aveva dato origine alla loro famiglia.

"E questo documento adesso dove sta? Si può leggere?"

Purtroppo esso era andato smarrito durante i cambiamenti politici che c’erano stati: il podestà, che era un cultore di storia, se l’era portato nel suo ufficio perché voleva studiarlo in vista di una eventuale pubblicazione. Era sicuro di trovare altro materiale documentario per dimostrare che gli italiani avevano difeso strenuamente la loro patria contro le idee giacobine del tutto estranee alla nostra cultura.

Poi il fascismo era caduto e il podestà, scappando per rifugiarsi a Salò, certo non aveva pensato di portarsi via le scartoffie. Probabilmente le aveva fatte nascondere in un posto sicuro con tutti gli altri documenti importanti, ma a lui non l’aveva comunicato; forse perché sospettava che fosse di idee contrarie al Partito, anche se lui non ne aveva mai fatto parola ad anima viva, anzi era stato uno dei primi a prendere la tessera: per forza, con quattro figli, che avrebbe dovuto fare?

 Questa luce sul suo passato, accesa e subito spenta, lasciò una favilla nella testa di Silvia, tracciando delle orme all’indietro che ripercorse per tutto il tempo che sparecchiava e aiutava nonna ad asciugare i piatti; poi se ne andò a riposare.

Era caldissimo ma si addormentò subito. Sognò di essere immersa in una palude scura da cui si spandeva un odore di ferro, a lungo tentò di uscire con quei movimenti disperati e inutili che si fanno durante i sogni, ma il liquido vischioso ostacolava i suoi sforzi, finché una freccia giunta da chissà dove la colpì al basso ventre. Per sfuggire al dolore feroce fece un salto e si svegliò. Il dolore era ancora lì, si guardò e si trovò immersa in un lago di sangue.

Dunque la morte stava per sopraggiungere? Quella spossatezza, quella mancanza di attaccamento alla vita che aveva provato negli ultimi tempi erano dei segnali di questo evento? Finora la parola “morte” significava accompagnare nonna Maria a visitare il cimitero e cogliere dei rametti di lavanda per ornare le tombe dei suoi genitori. Sulla lastra di marmo erano attaccati i ritratti che a differenza di quelli che stavano in soffitta erano rimasti intatti, lui con i baffi lunghi e il fazzoletto di seta al collo, lei con gli occhi tristi e la collana di corallo. Sembrava che la morte fosse una passeggiata calma, un po’ di tristezza, il profumo di lavanda e il colore viola. Invece era dolore e puzza.

Il sangue rosso che sfugge dal tuo corpo. 

Restò immobile attendendo la fine. A metà pomeriggio si affacciò mamma, vide il lenzuolo tutto macchiato e gridò: ”Ih che disgrazia, come mai sarà successo tanto presto?”

"Intendi dire la morte, mamma, che mi sta per rapire così giovane?”

“Ma va’! Ti sono venute le regole, sei diventata una donna. Io però avevo già quindici anni quando ho cominciato a soffrire.”

“E perché si soffre?”

“Perché sono dolori ogni volta e nausee, giramenti di testa e debolezza.”

“Ogni volta? Vuoi dire che si ripeterà ancora?”

“Certo, una volta al mese per cinque giorni finché sarai vecchia. Ma alzati, ché stai allagando il letto, andiamo da tua nonna che ti provvederà del necessario.”

E così scesero da nonna che stava cucendo nella sua stanza, lei alzò le mani al cielo sospirando: “Povera cocca, già a penare pure tu!” e lesta lesta aprì l’armadio che profumava di lavanda, tirò fuori una spugna nuova e un grosso asciugamano, la accompagnò nel bagno grande, corse su e giù per le scale e ritornò.

“Ti sei lavata? – chiese – posso entrare?” E le consegnò un pacco di pannetti, cioè dei quadrati di canapa bianca con le frange.

  Sono nuovi, li avevo preparati per te.” Ne ripiegò uno in cinque parti con dei movimenti lenti e precisi, sembrava una sacerdotessa che amministrasse il rito di accoglienza di una nuova adepta. Poi unì i lembi di quella specie di benda spessa che aveva composto e li appuntò con due spille da balia, nelle fessure infilò un elastico e steso il braccio le affidò il tutto, dicendo: “Lega il pannetto alla vita, cambialo ogni due ore il primo giorno, poi capirai da te l'intervallo necessario a seconda del flusso del sangue; mettilo a bagno immediatamente altrimenti il rosso non va via, e non è decoroso indossare un pannetto macchiato.”

Silvia compì l’operazione sbuffando e uscì dal bagno con questo impiccio tra le gambe.

 La pancia gonfia e pulsante rallentava i movimenti, le sembrava di essere un lombrico che si trascina con la metà inferiore schiacciata. Era questo il frutto della disobbedienza di Eva? Questo significava, il peso della materia? Era questa menomazione a sancire l’inferiorità della donna: convivere con la sporcizia e il dolore per cinque giorni al mese, l’anima sbigottita intrappolata nel corpo puzzolente?

 Chi aveva deciso in suo nome di chiuderla nella maledizione di un corpo da femmina?

Come avrebbe potuto fuggire?

Nella mente che vagava tra le nebbie della disperazione si affacciò un barlume di speranza, poiché certo qualche divinità benigna aveva fatto sì che il fulmine la colpisse proprio qui in campagna e in Agosto, quando nella casa di fronte si trovava la sua sorella ideale. Rosanna la accolse con la sua solita dolcezza e quando la vide così bianca in faccia se la portò in camera e a Silvia riuscì subito naturale raccontarle tutto. Rosanna la fece stendere sul letto e: “Chiudi gli occhi” disse. Così in quell'oscurità affettuosa le narrò la funzione misteriosa del sangue e il suo destino di donna e il compito dell’amore che unisce due sposi affinché l’umanità cresca e si moltiplichi.

 "Questo è il discorso dei preti – aggiunse – ma è importante tenere a mente che il dono del proprio corpo va fatto solo per amore e non per curiosità, e quando ti sarai comportata così potrai affrontare qualsiasi difficoltà a testa alta. Però tieni sempre presente che il frutto di quest’azione potrebbe essere  il concepimento di un bambino, e se non sarai sposata sai benissimo che dovrai affrontare il disonore. Perciò regolati di conseguenza."

Silvia non capì tutto quello che ascoltava ma le parole la accarezzavano come mani materne, e quando cessarono restò lì a lungo con gli occhi chiusi mentre pian piano fra le gambe scorreva il flusso caldo apportatore – a quanto pareva – di vita piuttosto che di morte, ma a costo di sacrificio.

Quando uscì le sembrava di essere più alta, chissà se tutti si accorgevano che era diventata una donna; le venne il sospetto che le calze di nylon di Carla e Rosa fossero la conseguenza di un evento simile. Forse era così perché le venne naturale, quando vide Teresa, di salutarla con un certo distacco ora che era partecipe di un mistero dal quale l’altra, essendo ancora bambina, era esclusa.

 Quando si riunirono tutti per la cena aveva timore di essere fatta segno a scherzi, battute ed allusioni, ma tutto andò come al solito. Come le era venuto in mente che mamma e nonna potessero uscire dal consueto riserbo per raccontare a tutti certe cose?

 Andò subito a letto per affrontare al buio il problema del suo nuovo stato: davanti alla finestra andava e veniva un pipistrello, l’ala funebre sibilava come la falce nera della morte invisibile. Nel piccolo riquadro del cielo riposava la luna intatta, del tutto ignara di lei che giaceva circondata dall’odore del sangue, così inconfondibilmente e insopportabilmente femminile.

La mattina dopo, poiché il fratello doveva andare dal barbiere per il sacrificio estivo dei ricci, non aveva nessun dovere così decise di fare una passeggiata alla Fonte Mania. La strada era ombrosa e tranquilla. Oh, se non finisse mai e ci si potesse perdere nel bosco oscuro, vivere per sempre lì dentro cibandosi di bacche e more! Avere per compagni soltanto gli animali che non fanno caso al tuo aspetto, così come tu fai con loro, e ti amano solo per i tuoi sentimenti.

   Quando arrivò non c’era nessuno; mise una mano nell’acqua, sempre così fredda da far venire i brividi perfino d’estate: tutto il contrario di quel flusso di sangue fra le gambe, sgradevolmente caldo e vivo. Dal fondo della vasca ricoperto di muschio emerse il suo viso asimmetrico e verdastro, il naso lungo e storto, le labbra troppo sottili.

  Beato Narciso che si poté innamorare di se stesso, specchiandosi! Chi potrà innamorarsi di lei, intrappolata in questa bruttezza? Tutti sanno che l’intelligenza non traspare da un disadorno ammanto. L’unica attrattiva sono gli occhi di colore diverso, un privilegio concesso a pochissimi nel mondo, ad esempio Alessandro Magno, ma questo basta per farsi amare?

Che fare?

Piangere fino a formare un fiume e lì dentro tuffarsi lasciandosi trascinare dalla leggerezza dall’acqua, invece che portare a fatica per il mondo e per l’intera vita il proprio corpo, un fardello troppo greve per la sua mancanza di grazia.

Oppure indurirsi, non volere bene a nessuno, non pensare mai all’amore. Realizzarsi in un altro modo.

Si potrebbe cominciare a scrivere la propria storia.

 

Se potessi scegliere il mio nome mi chiamerei Madeleine, Maddalena di Francia, oh douce France, si sono rotte le acque che ronzavano nella mia testa dal giorno in cui il sergente Drapier, alla ricerca dell’esercito perduto, scendeva lungo le colline il 29 giugno 1799 e Maddalena, ignara del breve spazio che la separava dal suo destino, saliva il sentiero della Fonte Mania, carica di panni lavati e non ancora d’anni, su e su cantando per darsi coraggio e forza, un occhio a terra per evitare le pozze d’acqua e le cacche di mucche, pestate e da non pestare, un occhio ai ciclamini che non poteva raccogliere, ai cespugli impolverati, agli alberi di mele verdi e rosa buone per i maiali ma anche per i cristiani, ai filari d’uva senz’uva ma con foglie, occhi castani e capelli castani, innocenti e chiari come si conviene a fanciulla di campagna, sepolta tra i fossi, tra le siepi irte di more d’estate e tinte di nero, la bocca tinta di nero, “tinti di nero i capelli traditori” cantava a mezza bocca, quando sbucò a mezza collina il demonio francese.

“Lu napoleone, proprio issu!”, l’unico con i capelli lisci in mezzo a tanti napoleoni coi ricci neri, gl’era piaciuto subito e l’aveva guardato poco poco, anche lui l’aveva guardata, ma non gli aveva potuto parlare quando andava alla messa co’ nonna. A nonna gli piacevano i francesi, diceva: ”A la fine è ‘rriati li libberatori, mmò ciavremo pace  giustizia e libbertà, e anche la terra!”

Ma i signori non volevano e neanche il curato, e allora pagavano certi contadini, gli davano gli schioppi e stavano a vedere. I soldati francesi si rubavano le ragazze solo a guardarli, tante sue amiche c’erano fidanzate di nascosto: erano così belli con lo schioppo dritto e gli stivali allacciati!

Un tamburo batteva nelle orecchie sempre più forte mentre gli stivali si avvicinavano, “Quanti ganci – pensava Maddalena che non sapeva contare – quanto tempo ci vorrebbe a slacciarli, un gancio e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro”, e gli occhi salivano da un gancio all’altro su verso i polpacci e le ginocchia e le cosce, un moscone ronzava perso tra i panni nella cesta.

“Lena! Francì! Pippino!” chiamavano su dalla collina, da una collina all’altra si sentiva il vento, “Pippì! Annetta! Maddalena!”

"Troppo tardi nonna, troppo tardi, io sono già qui persa alla frontiera, tutto un sudore nella camicetta."

Alle quattro del pomeriggio Maddalena raccoglieva nelle pozzanghere lenzuola e tovaglie tutte da rilavare e scendeva di nuovo alla Fonte Mania senza affrettarsi, tanto gli schiaffi li avrebbe presi comunque, con la cesta tenuta in bilico sulla testa da una ritmica rotazione del busto che un signore di città avrebbe trovato provocante .......

  

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